18.10.09
Kunsthalle Wien
Vediamo due esposizioni: “1989: Ende der Geschichte oder Beginn der Zukunft? Anmerkungen zum Epochenbruch” e “Das Porträt. Fotografie als Bühne“.
“1989″
Nel foyer 21 pannelli riassumono gli eventi tra l’inizio della guerra fredda e la caduta del muro. “1989 and no end in sight”, titola l’ultimo pannello. Le conseguenze della guerra fredda non sono ancora state pienamente affrontate. Iniziamo con ottimismo.
Nel frattempo C. è sparito alla ricerca del bagno. Nel foyer risuonano rumori e musica lounge, che fa molto non-1989. Provengono dai bar lassù, dei quali vedo solo le terrazze interne e le tende rosa e verde pastello.
L’inizio mi piace: un labirinto. Fra i formulari ce n’è uno nel quale si dovrebbero indicare svariati dettagli della propria vita sessuale. Che tutto ciò sia vero o no, in ogni caso ci troviamo in un mondo molto kafkiano.
Mi piacciono le foto della serie “Look at me I look at water” di Boris Mikhailov (per pubblico adulto). Tragedy of everyday life. Indeed.
C’è anche Martin Paar (che è dappertutto). Non lui in persona, ma le foto della famosa serie “Luxury“, in particolare le foto sulla Russia e la convention dei miliardari. Una critica al capitalismo e al lusso come piace a me.
Bella anche la serie di Sophie Calle. Una ricerca sulla sparizione e rimozione graduale dei monumenti e dei simboli politici della DDR dopo la caduta del muro. Memorie soggettive sostituiscono i monumenti. Le memorie sono raccolte dall’artista che intervista e chiede agli abitanti dei dintorni. Qui scopro che la Torstraße si chiamava una volta “Wilhelm-Pieck-Str”. Ma che prima si chiamava Tostraße. Bella la frase “A pile of shit stays the same, only the flies are different”.
Il secondo piano mi annoia da morire.
Alla fine vedo l’installazione video “Twelve” di Barbara Kruger (la stessa di “I shop therefore I am”).
Un’installazione ENORME al limite della schizofrenia che interpreto come una critica dell’abuso di potere. “She smells a victim..”.
“We are slaves of objects around us”.
Impressione generale di una che di mestiere non fa la critica d’arte: manca qualcosa, tipo tutto uno stile, tutto un periodo, tutto uno spazio geografico. Un po’ monocultura.
Das Porträt
Qui scopro che Mapplethorne continua a non piacermi, che le foto di Sally Mann (”The family and the land”) mi ricordano che voglio vedere quel film francese (”Les file ne savent pas nager”), che Judith Joy Ross mi ha tolto le parole, ehm, le immagini e che voglio provare a sviluppare direttamente da negativo a carta fotografica. Luigi Gariglio e il suo tentativo di fotografare gruppi sociali al margine della società (e secondo lui le lap dancers ne fanno parte?) senza cadere negli stereotipi, cosa che lui vuole fare utilizzando uno sfondo bianco e fotografandole senza trucco. Ehm, no, non funziona.
Caffe e latte e sacher al Demel, dove ascoltiamo spudoratamente la conversazione tra due coppie di 70enni tedeschi, elettori CDU.
Nel frattempo C. non smette di prendermi in giro perché la sera precedente, mentre facevamo la fila a teatro, una signora si è avvicinata intenzionata a regalarci un biglietto e io ho risposto “ma noi abbiamo bisogno di due biglietti!”. Avevo spento il cervello e messo l’apparato motorio facciale in pilota automatico.
C. ha ringraziato, preso il biglietto (che mi ha permesso di risparmiare 18 euro!) ed è stato preso da una risata convulsiva.
A Vienna, guardo il mondo attraverso il visore della mia Texer 6×6. La visione a specchio è bellissima.
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